La medicina territoriale sta cambiando

 

Più presenza, meno cura?

Cosa sta cambiando nella medicina di famiglia e perché riguarda anche voi

La medicina generale sta cambiando profondamente.

Negli ultimi anni sono state introdotte le Case della Comunità, il nuovo ruolo unico dei medici di medicina generale e nuove modalità di organizzazione dell'assistenza territoriale.

L'obiettivo dichiarato è quello di avere una sanità più vicina ai cittadini, più accessibile e meglio organizzata.

È un obiettivo che condivido.

Ma proprio per questo credo che sia importante parlare anche delle possibili conseguenze di queste scelte. Perché quando si cambia il modo di lavorare del medico di famiglia, cambia anche il modo in cui vengono curati i suoi pazienti.


Sei ore nelle Case della Comunità: ma sono davvero sei ore in più?

L'accordo nazionale sottoscritto il 23 giugno 2026 da SISAC, FIMMG e FMT prevede che i medici di medicina generale possano essere chiamati a svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità, per 48 settimane all'anno. SMI e SNAMI non hanno sottoscritto l'accordo.

La domanda che mi pongo è semplice:

sono sei ore di assistenza in più oppure sono sei ore sottratte ad altre attività di cura?

Perché il tempo del medico non è infinito.

Se sono sei ore trascorse nella Casa della Comunità, non sono contemporaneamente sei ore trascorse nel proprio ambulatorio, a domicilio di un paziente, a leggere un referto, a controllare una terapia o a gestire un paziente appena dimesso dall'ospedale.

Per un medico con 1.600 assistiti, sei ore alla settimana corrispondono, nell'arco di 48 settimane, a 288 ore all'anno.

Non significa che ci saranno necessariamente 288 ore di ambulatorio in meno.

Ma significa che quelle ore dovranno comunque essere prese da qualche parte.

E qui arriviamo al punto.


Il lavoro che il paziente non vede

Quando pensiamo al medico di famiglia pensiamo soprattutto alla visita.

Ma una parte enorme della medicina generale si svolge lontano dagli occhi del paziente.

Leggere esami e referti.

Controllare terapie.

Gestire malattie croniche.

Seguire pazienti fragili.

Occuparsi delle dimissioni ospedaliere.

Parlare con gli specialisti.

Fare visite domiciliari.

Rispondere alle telefonate.

Aggiornare le cartelle.

Compilare certificazioni e documentazione.

Gestire una quantità crescente di burocrazia.

Gestire e mantenere i locali, le attrezzature e i materiali necessari al funzionamento dell'ambulatorio.


Anche questo è tempo di cura.

Se vengono aggiunte nuove ore di lavoro senza aggiungere risorse, il rischio è che il nuovo lavoro venga semplicemente sommato al precedente.

Un referto non smette di dover essere letto perché il medico quel giorno è in Casa della Comunità.

Una terapia non smette di dover essere controllata.

Un paziente fragile non smette di avere bisogno di essere seguito.

Non è una questione di voler lavorare meno. È una questione di poter lavorare bene.


E cosa si farà concretamente nelle Case della Comunità?

Questa è un'altra domanda alla quale credo sia giusto dare una risposta.

Le Case della Comunità possono essere una grande risorsa se al loro interno ci sono attività reali: integrazione tra professionisti, presa in carico dei pazienti cronici, consulti, diagnostica, percorsi assistenziali e servizi che oggi mancano o sono difficili da raggiungere.

Ma il medico deve essere lì per fare qualcosa di utile ai cittadini.

Alcuni colleghi che hanno già svolto questi turni mi riferiscono di essersi trovati, in determinate situazioni, con poca o nessuna attività assistenziale reale da svolgere.

Non voglio generalizzare.

Ma la domanda rimane:

se non c'è un'attività assistenziale sufficiente, perché il medico deve comunque essere presente?

Il rischio è che la presenza del medico diventi un obiettivo in sé.

Una struttura piena di professionisti può essere certamente un bel risultato da mostrare.

Ma una struttura piena di professionisti non equivale automaticamente a una struttura che produce buona assistenza.

Le Case della Comunità fanno parte degli investimenti territoriali previsti dal PNRR. È quindi comprensibile la necessità di renderle operative.

Ma il risultato che dobbiamo misurare non dovrebbe essere semplicemente quante ore il medico è fisicamente presente.

Dovremmo misurare quanta salute produce quella presenza.


Un medico sempre disponibile non è necessariamente una sanità migliore

C'è poi un problema di educazione sanitaria.

Stiamo costruendo, forse senza rendercene conto, l'idea che una buona sanità sia quella nella quale c'è sempre un medico disponibile.

Ma non è necessariamente così.

La medicina generale non è il pronto soccorso.

Le emergenze devono essere gestite dai servizi di emergenza-urgenza.

Le situazioni non differibili hanno altri percorsi.

Il medico di famiglia ha soprattutto un altro compito: conoscere e seguire la persona nel tempo.

Non è necessario, né sempre utile, avere un medico diverso a disposizione dodici ore al giorno per ogni piccolo problema.

A volte è molto più utile aspettare il proprio medico.

Perché il proprio medico conosce la vostra storia.

Sa quali malattie avete avuto, quali farmaci assumete, quali esami avete già fatto e quali problemi avete avuto in passato.

Sa che cosa per voi è normale e che cosa invece rappresenta un cambiamento.


La continuità delle cure conta

Non è soltanto un'opinione.

La ricerca sulla continuità della relazione medico-paziente mostra associazioni importanti con gli esiti di salute.

Uno studio norvegese su oltre 4,5 milioni di persone ha osservato che, aumentando la durata del rapporto con lo stesso medico di medicina generale, diminuivano progressivamente il ricorso ai servizi fuori orario, i ricoveri acuti e la mortalità. Gli effetti erano particolarmente favorevoli nei rapporti di durata superiore a 15 anni.

Non significa che 15 anni con lo stesso medico siano una formula magica.

Significa che la continuità della relazione è parte della qualità della cura.

Per questo non credo che sia una buona idea trasformare progressivamente la medicina generale in una successione di prestazioni erogate da medici sempre diversi.

Avere sempre un medico disponibile non è la stessa cosa che avere il proprio medico disponibile.


E i giovani medici?

C'è un altro cambiamento importante.

L'ACN del 2024 ha introdotto la piena realizzazione del ruolo unico di assistenza primaria per i nuovi incarichi, con un impegno a tempo pieno di 38 ore settimanali, articolato tra attività a ciclo di scelta e attività oraria. SSisac

L'idea di una maggiore integrazione territoriale può essere condivisibile.

Ma c'è il rischio che il medico venga progressivamente considerato come una quantità di ore da distribuire nei diversi servizi, anziché come il professionista responsabile di una comunità di pazienti.

E questo rischia di rendere meno attrattiva proprio la professione che vorremmo invece rafforzare.

Un segnale interessante arriva anche da ciò che alcuni colleghi mi hanno raccontato: alcuni sono stati contattati da strutture private con proposte economicamente più vantaggiose e con un numero di ore effettive di lavoro apparentemente molto inferiore.

Se questo fenomeno dovesse diffondersi, sarebbe una domanda seria per il nostro Servizio Sanitario:

perché un giovane medico dovrebbe scegliere un sistema pubblico sempre più gravoso, se altrove può avere condizioni economiche migliori e un impegno più sostenibile?

Non è una critica al privato.

È una domanda sulla capacità del servizio pubblico di rendere nuovamente attrattiva la medicina generale.


Cosa servirebbe davvero?

Le proposte, secondo me, sono abbastanza semplici.

Servono più medici, ma anche più infermieri e personale amministrativo.

Serve ridurre la burocrazia.

Servono strumenti informatici che facciano risparmiare tempo, non che ne facciano perdere altro.

Le Case della Comunità devono avere servizi e personale realmente aggiuntivi, non semplicemente medici sottratti ad altri compiti.

E soprattutto bisogna proteggere il tempo del medico per i propri pazienti.

Perché il tempo del medico è una risorsa sanitaria.


Più presenza, meno cura?

È questa la domanda da cui siamo partiti.

Non sono contrario alle Case della Comunità.

Non sono contrario alla collaborazione tra professionisti.

Non sono contrario a una medicina territoriale più moderna e organizzata.

Sono contrario all'idea che per migliorare la sanità basti aumentare la presenza fisica dei medici senza aumentare realmente le risorse.

Perché rischiamo di avere più strutture, più turni e più ore contabilizzate, ma meno tempo per ogni paziente.

E quando diminuisce il tempo, diminuisce anche la possibilità di ascoltare, ragionare, prevenire, coordinare e conoscere.


Cosa possono fare i pazienti?

Credo che i cittadini non debbano essere semplici spettatori di questa trasformazione.

Potete innanzitutto informarvi e chiedere come funzioneranno concretamente le Case della Comunità nella vostra zona.

Potete utilizzare i servizi sanitari in modo appropriato, ricordando che il vostro medico di famiglia dovrebbe rimanere il vostro principale punto di riferimento per la salute nel tempo.

E potete far sentire la vostra voce.

Il 15 settembre 2026 è stata annunciata una giornata di mobilitazione dei medici di medicina generale, con manifestazioni in alcune città, contro l'attuale organizzazione delle Case della Comunità e per chiedere modifiche al nuovo assetto della medicina generale. Io sarò in piazza Duca d'Aosta in camice a manifestare.

È inoltre disponibile la petizione n. 1451 alla Camera dei Deputati, promossa da SMI insieme a cittadini e professionisti, che chiede tra le altre cose di intervenire sul ruolo unico e di eliminare l'obbligo delle sei ore nelle Case della Comunità, rendendo questa attività volontaria. La firma online richiede SPID o CIE. 

Se ritenete che il vostro medico debba continuare ad avere il tempo necessario per conoscervi, seguirvi e curarvi, potete farlo sapere.

Perché questa non è soltanto una questione che riguarda i medici.

Riguarda il tipo di medicina che troveremo quando saremo noi ad averne bisogno.


E forse la domanda più importante è proprio quella del titolo:

Più presenza, meno cura?

Facciamo in modo che la risposta sia no.

 




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